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La Cct sui cinghiali in A1: “Troppo semplice dare la colpa ai cacciatori”

2 mesi fa scritto da
Cinghiali sull'A1: il come e il perché in una nota della Cct
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“Troppo semplice dare la colpa ai cacciatori”. Commenta così Federico Morimando, dottore in Scienze naturali e di ricerca in Zoologia, il grave incidente sull’Autosole fra Lodi e Casalpusterlengo causato dal passaggio di un branco di cinghiali. La Confederazione Cacciatori Toscani a tal proposito ha pubblicato un approfondimento, a cura appunto di Federico Morimando, su come e perché i cinghiali siano arrivati sull’autostrada A1 nel tratto tra Lodi e Casalpusterlengo il 3 gennaio scorso, causando un incidente mortale.

«I cinghiali sulle rotatorie e tra i cassonetti di Roma e altre grandi città, non sono il frutto di un destino “cinico e baro” – spiega in una nota la Confederazione Cacciatori Toscani – ma bensì la conseguenza di una serie di modificazioni ambientali e ritardi legislativi ai quali la pubblica amministrazione e le categorie interessate spesso non hanno saputo trovare le risposte corrette».

«In Italia il cinghiale ha subito, negli ultimi decenni, parliamo di un arco temporale ormai di 50-70 anni, – si legge nella nota – un consistente incremento demografico (che accomuna l’Italia a tutti i Paesi Europei per la verità e questo elemento da solo dovrebbe portare a riflettere sulla scala e sulle vere origini del fenomeno) che ha comportato un considerevole aumento dell’areale distributivo della specie causato dalla colonizzazione da parte del suide di tutte le aree di presenza storica e delle aree non occupate in precedenza – spiega l’esperto -. La presenza sistematica del cinghiale in Italia, a livello sottospecifico, costituisce un problema di non facile soluzione, dato che la specie è progressivamente andata incontro a una ibridazione sia con individui selvatici di provenienza estera sia con individui domestici (maiale) lasciati al pascolo brado».

I numeri della Banca Dati Ungulati di Ispra evidenziano per il periodo 2005-2010 un aumento del 50-60% del numero complessivo di cinghiali presenti in Italia. L’incremento esponenziale di specie come il cinghiale sta determinando crescenti problematiche per i danni alle coltivazioni, crescenti incidenti stradali e il rischio di aumento di trasmissione di patologie agli animali domestici o all’uomo.

«In Italia – prosegue Morimando – a partire dagli anni ’50, è stata avviata una campagna di introduzione della specie attraverso l’immissione o “lancio” di contingenti di animali importati dall’Europa orientale (Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia) per utilizzi venatori. Sarebbe ed è sbagliato però imputare al solo mondo venatorio la responsabilità di queste immissioni: molti apparati dello Stato ed enti territoriali (Province e Regioni) hanno avallato, praticato e incentivato queste immissioni (come del resto quelle dei cervi, dei mufloni, dei caprioli e dei daini) nella profonda convinzione (allora) che l’introduzione o la reintroduzione degli ungulati nell’Appennino che si spopolava, avrebbe comportato vantaggi per ampi settori del mondo naturale e rurale, oltre che di quello venatorio».

I dati Ispra evidenziano anche che il cinghiale è responsabile dell’85% dei danni alle attività agricole (quinquennio 2005-2009; danni per oltre 35 milioni di euro).

«La “plasticità” trofica del cinghiale gli consente di modificare la dieta in funzione dell’offerta di cibo che i vari ambienti sono in grado di fornire – dice Morimando -. L’entità dell’impatto del cinghiale nei diversi ecosistemi (boschivi e agrari) dipende quindi dall’interazione tra le sue caratteristiche ecologiche e la quantità e la qualità di cibo fornita dai diversi ambienti nel corso dell’anno. Negli anni siccitosi o negli anni in cui è minima la produzione di frutti forestali (soprattutto ghiande, faggiole e castagne), aumenta il consumo delle essenze coltivate e quindi aumentano i danni all’agricoltura. Più cinghiali ci sono, più si spostano e più attraversano le strade con le conseguenze che sappiamo. Nel panorama italiano (dove si stima una consistenza di cinghiali superiore al milione di capi), dal punto di vista gestionale e di presenza della specie, si registrano situazioni di forte presenza di cinghiale come in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Toscana e Umbria in cui l’entità dei danni causati dalla specie alle coltivazioni agricole è tale da comportare importanti conflitti sociali tra agricoltori da un lato e mondo venatorio e aree protette dall’altro: per la Regione Toscana, a titolo di esempio, il carniere ufficiale e denunciato sfiora i 100 mila cinghiali annui e sul complessivo dei danni accertati dal 2000 al 2018 (compresi tra i due e i 4 milioni di euro) il cinghiale è responsabile di una percentuale compresa tra il 67 e il 72%. I fattori che regolano principalmente le densità del cinghiale oggi sono principalmente le temperature nel mese di gennaio che più basse sono e più a lungo si mantengono basse a meno cinghiali consentono di vivere (ma abbiamo visto che con il surriscaldamento climatico in realtà le temperature tendono ad aumentare costantemente); la produttività della vegetazione (ghiande e faggiole in particolare), legato a sua volta alle temperature medie; la presenza di malattie o zoonosi come la recente comparsa e preoccupante espansione della Peste Suina Africana in alcuni Paesi del centro est Europa.

A scala locale invece l’attività venatoria determina forti variazioni di densità del cinghiale ed è il principale fattore limitante della specie oltre alle basse temperature: tuttavia se consideriamo una scala temporale medio lunga e un areale biogeografico vasto, è improbabile che l’attività venatoria sia la principale spiegazione delle ampie variazioni nell’abbondanza del cinghiale e, non sembra soprattutto essere attività limitante della demografia del cinghiale su vasta scala. Questo perché la vastità, la potenza e la portata dei fattori naturali e sociali che favoriscono l’accrescimento delle specie di ungulati e di cinghiale in primis, sono oltre la nostra capacità di azione a grande scala.

Vedete come ora, che il quadro è composto, è possibile capire come l’incremento demografico del cinghiale è avvenuto, avviene e avverrà per cause naturali e/o indotte dall’uomo, a prescindere dal modello giuridico e politico venatorio degli Stati Europei e dall’approccio gestionale che viene applicato».

Sempre i dati Ispra attestano che gli incidenti stradali in Regione Toscana sono passati dai 188 del 2001 ai 478 del 2008, e cinghiali e caprioli sono responsabili del 79% dei casi.

«Quindi la domanda legittima è: come se ne esce? L’unica via certa e sicura, ma complessa, irta e difficoltosa è la tecnica, non certo l’emotività, l’ideologia, la credenza o la superstizione – commenta l’esperto -. Il vero nodo del problema è il controllo (tecnicamente gestito) costante delle crescenti popolazioni di cinghiali (e di ungulati). Diventa quindi essenziale definire: tempi, modi, luoghi in cui intervenire. Bisogna programmare interventi coordinati a 360° gradi (abbattimenti, catture, prevenzione etc…) e su tutto il territorio, aree protette comprese, non tralasciando ma valorizzando il contributo importante che può e deve essere dato dal mondo venatorio, che ovunque in Europa rappresenta la principale fonte di manodopera gratuita nella gestione del cinghiale e della fauna selvatica in generale. La sfida per le generazioni future e per i Governi che verranno, è quella di far entrare in un ciclo produttivo virtuoso per tutti i cittadini la fauna selvatica (cinghiale in primis) come bene, risorsa comune (caccia, controllo selettivo, ecoturismo, filiera della carne selvatica, birdwatching e altro) fauna selvatica che non può e non deve pesare su singole categorie di cittadini o su singoli settori produttivi o sugli automobilisti che transitano nelle strade. Se non comprendiamo questo e non agiamo verso e con la gestione adattativa (compreso il contrasto alle malattie come la peste Suina), non facciamo altro che incrementare, relativamente alla fauna selvatica, un’attività di origine antropica più subdola e poco verificabile: il bracconaggio diffuso e l’anarchia gestionale. Con buona pace di una ipocrisia ambientalista diffusa “pet oriented” che permea molti settori dell’opinione pubblica e del Parlamento del nostro Paese. Ricordiamoci infatti che la Fauna selvatica e il cinghiale non sono animali da compagnia o di affezione: sono un patrimonio naturale indisponibile dello Stato che va conservato, protetto ma soprattutto gestito affinché la presenza della fauna non si ritorca contro l’uomo stesso. Come vedete, se siete arrivati in fondo alla lettura, era più semplice rispondere: è colpa dei cacciatori».

 

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