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Coronavirus e caccia al cinghiale: via libera in alcune zone arancioni

11 mesi fa scritto da
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Alcune regioni in zona arancione hanno stabilito che ci si può spostare per cacciare il cinghiale da un Comune a un altro. E questo sia nella forma della braccata che della girata e selezione. Ma su e giù per l’Italia arancione proseguono le differenze. In particolare, in Basilicata si può cacciare il cinghiale anche al di fuori del proprio Comune di residenza e comunque nel proprio ambito di appartenenza, esclusivamente da parte dei selecontrollori autorizzati, secondo le modalità di appostamento e girata. Parere favorevole alla caccia anche in Emilia-Romagna e nelle Marche. Altre Regioni sono in attesa di capire come procedere. Caso particolare la Liguria: una Faq della Regione confermava caccia e attività venatoria con possibilità per i cacciatori di spostarsi al di fuori del proprio Comune di residenza solo in gruppo per la caccia di selezione dei cinghiali e degli ungulati. A seguire sono insorti gli ambiti territoriali di caccia, dopo aver chiesto chiarimenti agli organi preposti di controllo, comunicando che non è consentita neanche l’attività venatoria di gruppo. “I cacciatori che decideranno volontariamente di esercitare l’attività venatoria (caccia al cinghiale in forma collettiva e caccia di selezione agli ungulati) al di fuori del proprio Comune di residenza saranno comunque, e purtroppo, esposti al rischio di eventuali sanzioni ai sensi del Dpcm in vigore” spiega l’ambito di caccia savonese.

«Consideriamo questo il primo passo per estendere a tutti i cacciatori residenti nella regione la possibilità di esercitare la caccia ovunque abbiano titolo – si legge in una nota della Federazione Italiana della Caccia – e auspichiamo che questo percorso sia portato a termine al più presto e fatto proprio da tutte le amministrazioni regionali. Infatti, se gli iscritti a una squadra di caccia collettiva al cinghiale o gli autorizzati a prelievi di contenimento possono superare i confini comunali per prelevare il cinghiale, ci pare naturale pensare che nulla possa essere detto a chi invece del suide insegue, ad esempio, fagiani e beccacce. Le possibilità di concorrere alla diffusione del virus non cambiano in base al selvatico inseguito. Come continuiamo a ripetere sin dall’inizio – prosegue Federcaccia – la caccia si pratica in ampi spazi aperti, lontano da aree abitate e antropizzate, la maggior parte delle volte in forma singola o con un numero di persone tale da poter mantenere, proprio perché all’aperto, una distanza interpersonale largamente superiore a quella consigliata da tutti i protocolli. Non ci sono quindi ragioni scientifiche, mediche e di buon senso per impedirla. Ringraziamo quindi le Regioni che hanno deciso di assumersi la responsabilità di autorizzare uno scostamento dall’interpretazione data generalmente al Dpcm. Bisogna dunque – conclude la nota – andare oltre e non fermarsi a questo punto: soluzioni parziali e che non riconoscono uguale dignità alle diverse categorie di cacciatori non sono accettabili».

La Confederazione Cacciatori Toscani esprime forti dubbi sull’efficacia del provvedimento che consente in Emilia Romagna di praticare la caccia al cinghiale in battuta.

«Consentire i soli interventi di controllo sugli ungulati oppure mettere in campo soluzioni parziali specifiche per svolgere singole forme di caccia, non rappresentano certo le strade da seguire in questo momento – dicono da Cct -. In una situazione di forte criticità come questa devono essere messi in campo provvedimenti volti a tutelare i diritti di tutti i cacciatori e non solo di parte di essi».

 

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